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Non tutti i bambini sono uguali: storie di bambini e di maestri

Non tutti i bambini sono uguali. Ognuno di loro è l’espressione di un contesto sociale e culturale diverso. Per questo deve essere diverso l’atteggiamento e l’impegno di noi docenti nei confronti di ciascuno.

Bambina a scuola

Non è vero che per i maestri i bambini sono tutti uguali. Ce lo continueremo a dire, lo continueremo a dire agli altri per negare qualsiasi forma di disparità, ma non è così.

Ester

Quando Ester è arrivata nella nostra scuola, le sole informazioni di cui disponevamo erano il suo Paese di origine, la Nigeria, e l’ombra della terribile parola “barcone”.

Per giorni Ester non ha parlato, completamente remissiva agli stimoli proposti. Buona, silenziosa, ma triste. E questa tristezza non poteva non toccarci molto di più delle altre tristezze infantili quotidiane, che hanno la volubilità delle nuvole di marzo e si dissipano nell’aria subito dopo essersi originate.

È per averle dedicato molto più tempo che agli altri, molta più attenzione, che oggi Ester indossa un paio di occhiali che correggono in parte il suo grave deficit visivo, di cui nessuno prima aveva sospettato, neppure la sua mamma.

Talhà

Talhà è del Bangladesh ma è vissuto in Italia. Uno scricciolo tenuto in piedi da una famelica curiosità ma per troppi versi indecifrabile nelle sue modalità di apprendimento e incomprensibile quando parla come un fiume in piena.

Chissà quanti controlli e verifiche avrebbero fatto degli attenti genitori istruiti e pervicaci. Per lui non è stato così. La particolarità di Talhà non poteva perciò non toccarci più delle altre particolarità infantili che spesso sono già note alla nascita, prese in cura, a volte persino valorizzate e comunque comunicate alla scuola.

È per aver dedicato a Talhà molto più tempo che agli altri, molta più attenzione , che oggi egli indossa un apparecchio acustico che riassetterà i suoni del suo mondo, che una logopedista attenta e preziosa si occupa di lui e che in classe avrà un insegnante di sostegno.

Manuel

Manuel ha nove anni ed è arrivato da un’altra scuola. Sappiamo di lui che è stato promosso alla classe terza, che è equadoregno e che vive in Italia da almeno due anni. Anche Manuel però non parla, né sorride.

Ci accorgiamo subito che non sa scrivere il suo nome, che trova difficile copiare semplici parole ed è come se non fosse mai stato a scuola prima. Ha subito fagocitato le nostre preoccupazioni.
Il bambino non riesce ad imparare o ha solo fatto una cattiva scuola?

È per esserci intestardite sulla necessità di dare una risposta a questa domanda che con le sue maestre abbiamo optato per una soluzione non poco controcorrente: in barba alle disposizioni normative, abbiamo inserito Manuel in una classe prima, assieme a bambini da alfabetizzare.

Ed è per aver fatto una scelta non usuale e per avergli dedicato più attenzione del solito, che oggi Manuel lavora non sentendosi un pesce fuor d’acqua e solleva contento la mano per rispondere alle domande.

Sino a quando…

E mentre tratteggio questi tre bambini di oggi, i miei ricordi vanno a Sara, che non riusciva ad imparare a leggere e alla quale per questo dedicavo molto del mio tempo di ragazza testarda. Mi ha scelta in seguito come madrina di Cresima.

Vanno a Giulia, una bimba polacca di una dolcezza antica che mi suscitava una tenerezza quasi fisica. Vanno a Costantino, i cui piccoli progressi erano da me salutati con altisonanti alleluia e a Franceschino, dalla storia famigliare complicata.

Vanno infine ad Alessandro detto Clinton, un bambino Rom a cui mi sono dedicata per tre anni con scarsissimi successi e al quale pensavo di non aver lasciato nulla.

Sino a quando la scorsa primavera, dopo ben dodici anni, fui contattata da una collega che lavora in un carcere minorile: «Ti ricordi di un certo Alessandro M? Chiede di te, vorrebbe vederti».

È proprio vero, non tutti i bambini sono uguali.

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