Descrivere significa soprattutto imparare a osservare, cogliere i dettagli più significativi e trasformarli in parole. Ma come insegnarlo ai bambini? Ce lo spiega Maria Concetta Messina, invitandoci a riscoprire il valore dell’osservazione nella scrittura creativa.

La descrizione e i suoi segreti
Nei libri di testo per la scuola primaria, a partire dalla classe seconda, un’ampia sezione è sempre dedicata al testo descrittivo. Si parte con la descrizione di persone, per proseguire con quella di animali e quella di oggetti o ambienti. Gli insegnanti ne fanno prima leggere degli esempi, quindi iniziano a far cimentare i bambini con questo tipo di testo.
Vari approcci
Ci sono vari approcci alla descrizione: alcuni partono dai cinque sensi, fanno sperimentare ai bambini che le informazioni esterne ci pervengono attraverso i nostri organi sensoriali e li fanno esplorare.
Di un limone ne vedo la forma e il colore, ne annuso l’aroma particolare, ne tocco la rugosità, ne sento il peso e infine ne assaggio l’asprezza. Ecco un esempio di questo tipo: “Seduti sulla coperta stesa a i piedi di uno di quegli olivi, le spalle appoggiate al tronco, ci godevamo la vista, i suoni e i profumi della campagna arsa: il colore cangiante delle foglie, verde argenteo, il frinire delle cicale, il cinguettio degli uccelli nascosti nella chioma degli alberi e l’odore dell’erba calpestata che sembrava secca ma non lo era”*.
In questo modo però vi è il rischio che le descrizioni virino un po’ verso lo scientifico denotativo e vadano bene per costituire inserti informativi: ce ne serviamo e vi ricorriamo per conoscere le caratteristiche di una specie vegetale o animale, non per sondare il personaggio di un racconto o esplorare la sua ambientazione.
Inoltre l’attenzione incentrata sui sensi rischia di invertire la prospettiva dal vero centro di interesse che dovrebbe essere la cosa da descrivere e non i mezzi attraverso i quali si descrive. Se mi concentro sui cinque sensi faccio un lavoro meccanico, catalogativo, appunto didatticistico.
Allo stesso modo accade quando insegniamo ai bambini che per descrivere una persona dobbiamo basarci sulla triade “aspetto fisico-carattere-comportamento” (qualcuno aggiunge l’abbigliamento). Se all’inizio questo può fornire una pista di lavoro orientativa, rischia poi di far produrre lavori sterili e un po’ stereotipati.
La selezione dei dati
A differenza di tutti gli altri testi, la descrizione implica non solo una raccolta di dati, ma anche una loro selezione, e questo comporta una serie di scelte spesso difficili. Se gli occhi azzurri di Daria o le sue sopracciglia sottili non aggiungono niente alla conoscenza vera della sua persona, essi sono dati pleonastici. Piuttosto ci soffermeremo sulle sue mani capaci di creare dal nulla fantastici oggetti grazie alla sua sfrenata creatività.
Questo discorso è molto difficile per i bambini. Essi si devono pur aggrappare a dei sistemi, a delle scalette, a degli esempi. Ma c’è un modo attraverso il quale i segreti della descrizione possono iniziare a dipanarsi ed è quello dell’acuta osservazione.
Saper osservare
Assumere l’abitudine di far osservare è il miglior allenamento che in classe si possa fare per insegnare ai bambini a comprendere a fondo la realtà delle cose. Far osservare il volo di una mosca entrata all’improvviso nell’aula, la nebbia che avvolge il cortile, una giornata di pioggia, i bei disegni di Pier Paolo, il mal di pancia di Giacomino, il disordine dell’aula mensa dopo che si è pranzato.
Osservare bene significa trarre quell’essenza finalizzata alla caratterizzazione, alla connotazione, eliminare il superfluo, scegliere i dati giusti.
Inoltre, mentre osserviamo, la nostra mente associa delle immagini ad altre, opera richiami , assonanze, convergenze, contiguità e questo avvicina mondi lontani rendendo più sorprendente, insolito e fresco ciò che stiamo guardando.
Scrittura creativa
Sino a qualche anno fa andavano di moda i corsi di scrittura creativa e io mi chiedevo a quali artifici stilistici bisognasse ricorrere per scrivere in modo appunto creativo; poi ho capito che non è tanto una sintassi ricercata a fare la differenza, quanto l’arguto guardare, lo scovare particolari immagini e visioni che lasciano chi ci legge piacevolmente rapito e nelle quali chi ci legge si riconosce.
Perché in fin dei conti tutti abbiamo visto le gocce di pioggia sui vetri, ma pochi le hanno guardate in questo modo:
“Guardo le gocce d’acqua che scorrono giù per il vetro contro il quale batteva la pioggia fino a poco fa. Non cadono verticalmente, sembrano animaletti che per ragioni misteriose deviino a destra e a sinistra insinuandosi in mezzo ad altre gocce immobili, arrestandosi, ripartendo, come se cercassero qualcosa.”**
* Simonetta Agnello Hornby, Un filo d’olio, Sellerio
** Simone de Beauvoir, Una donna spezzata, Einaudi




Devi effettuare l'accesso per postare un commento.