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La pedagogia della lentezza: imparare senza correre

Siamo quasi alla fine della scuola e lo sguardo è già rivolto al prossimo anno. Con questo articolo desideriamo fornire agli insegnanti alcuni spunti di riflessione, utili a tracciare un bilancio dell’anno appena trascorso e, soprattutto, a progettare il lavoro futuro. Ispirata agli scritti di Mario Lodi e Giancarlo Zavalloni, la pedagogia della lentezza propone un modo diverso di vivere il tempo a scuola, rispettando i ritmi delle bambine e dei bambini e il loro bisogno di esplorare e imparare dall’esperienza.

La pedagogia della lentezza: imparare senza correre

Negli ultimi anni si sente spesso parlare di “pedagogia della lentezza”. In un contesto sociale dove il principio di prestazione sembra essere l’unico paradigma possibile, la pedagogia della lentezza rappresenta una risposta concreta a un problema reale: la scuola, e più in generale l’infanzia, sono attraversate da ritmi troppo veloci.

Programmi da completare, verifiche frequenti, attività continue. Il tempo di cui bambine e bambini dispongono per capire davvero, per fare esperienza e per sbagliare, si riduce. Inevitabilmente.

La pedagogia della lentezza parte, invece, da un’idea semplice: per imparare davvero bene, serve tempo.

La pedagogia della lentezza in letteratura

Il lavoro di Giancarlo Zavalloni, come molti insegnanti già sapranno, è uno dei riferimenti più espliciti per parlare di lentezza in educazione. Zavalloni, per 16 anni maestro di scuola materna e da 12 dirigente scolastico, nel suo libro La pedagogia della lumaca, ha osservato come le bambine e i bambini siano messi in condizione di vivere sempre meno esperienze libere e sempre più attività organizzate dagli adulti. Da qui è nata la sua proposta dei “diritti naturali dei bambini”, un elenco concreto di 10 bisogni educativi spesso trascurati. Alcuni esempi? Il diritto all’ozio; il diritto a sporcarsi; il diritto al silenzio; il diritto a un tempo non frammentato.

Si tratta di diritti che indicano una direzione precisa: i bambini hanno bisogno di tempi distesi per esplorare, sbagliare, riprovare. La lentezza, per Zavalloni, è legata a tre elementi fondamentali:

  • il tempo reale, non sempre programmato;
  • il corpo, cioè le esperienze sensoriali e manuali;
  • la natura, ossia il contatto diretto con l’ambiente.

Per approfondimenti su Giancarlo Zavalloni rimandiamo al sito ufficiale.

Il lavoro di Mario Lodi, anni prima, aveva già offerto un contributo importante a questo tema, pur senza usare esplicitamente il termine “lentezza”. Nel pensiero pedagogico di Mario Lodi, che può essere messo in relazione con quello di Maria Montessori, se ne possono infatti già rintracciare i presupposti teorici e operativi, pur non essendo presente una formulazione esplicita della “pedagogia della lentezza”.

In particolare in C’è speranza se questo accade al Vho e Il paese sbagliato, Lodi parla dell’apprendimento come di un processo non lineare, che richiede tempo, ascolto e attenzione ai ritmi individuali di tutti i bambini. Alla didattica accelerata preferisce un approccio basato sull’esperienza, sull’osservazione e sulla valorizzazione delle domande spontanee di alunne e alunni, anche quando sembrano deviare dal programma. In questo senso, il “perdere tempo” assume un valore educativo fondamentale, poiché consente una costruzione profonda dei significati.

Questi alcuni degli elementi chiave:

  • la parola ai bambini: le alunne e gli alunni raccontano, discutono, costruiscono significato insieme e tutto ciò richiede tempo e ascolto;
  • la scrittura collettiva: i testi nascono lentamente, attraverso confronto e revisione;
  • la cooperazione: si impara insieme, rispettando i tempi di tutti;
  • l’esperienza concreta: tutte le attività partono dal vissuto reale.

Tra i suoi libri più conosciuti dai bambini e dalle bambine di scuola primaria, ricordiamo Cipì, nato dal lavoro condiviso tra il maestro e la classe, in cui la crescita del protagonista avviene attraverso un processo graduale, fatto di osservazione, esperienza e scoperta. Una narrazione dell’idea di pedagogia della lentezza, secondo cui il bambino ha bisogno di tempo per comprendere il mondo senza essere forzato da ritmi accelerati o prestabiliti.

Per saperne di più, rimandiamo al sito ufficiale di Mario Lodi, con indicazioni bibliografiche.

La “lentezza” a scuola

Lentezza non significa rallentare tutto indiscriminatamente. Significa piuttosto passare a una scuola centrata sulla qualità.

Nella pedagogia della lentezza, il ruolo dell’insegnante cambia in modo significativo. Non si tratta solo di svolgere una funzione formativa volta a favorire la costruzione di conoscenze e competenze, ma anche di creare le condizioni affinché l’apprendimento possa avvenire in modo più consapevole. Significa saper rallentare quando serve, lasciare spazio al pensiero di bambine e bambini per interiorizzare realmente gli apprendimenti. L’insegnante osserva, ascolta e interviene con misura, senza guidare ogni passaggio, accompagnando il percorso degli alunni. Tiene in considerazione la parola di ogni bambina e bambino, anche di chi ha bisogno di più tempo per esprimersi, e accetta che non tutto sia immediato o perfetto.

In sintesi, un modo di insegnare che non significa controllare ogni fase, ma, piuttosto, supportare processi che richiedono tempo, fiducia e attenzione.

Perché ha senso oggi

In un ambito educativo molto orientato all’efficienza e al successo, la pedagogia della lentezza propone, dunque, un equilibrio diverso. Possiamo definirla così: un orientamento educativo che invita a ripensare il tempo della scuola come spazio di crescita reale e non solo di applicazione dei programmi, nella consapevolezza che l’apprendimento richiede tempo e che la relazione è parte del processo educativo.

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