
Quando finalmente arriva il tempo delle vacanze mi piace dedicarmi alla lettura come non riesco a fare durante il resto dell’anno. Ho appena finito di leggere Un filo d’olio di Simonetta Agnello Hornby nel quale ho trovato lo spunto per parlare di ciò che succede quando gli insegnanti di scuola primaria prendono una classe prima. E non starò a parlare di quanto sia traumatizzante, soprattutto per chi ha ciclicamente lasciato una quinta, ricominciare da capo a insegnare lo stare a scuola, ma vorrei soffermarmi su quanto sia abissale la differenza tra il nostro modo di vedere le cose e quello dei nuovi alunni che avremo di fronte. E bisogna per forza cercare di sondarla, questa distanza, se vogliamo aprire un canale di comunicazione proficua tra noi e loro.
Domande mai paghe e soggetti intercambiabili
La questione centrale che segna il vero solco è che noi ci relazioniamo col mondo attraverso una miriade di strumenti che ne hanno dispiegato “il mistero”in ogni frangente, mentre i bambini di sei anni vivono in costante contatto con un arcano nei confonti del quale si fanno incessanti, continue e mai paghe domande. Se noi prendiamo senza indugi l’aereo o il treno, i bambini di sei anni ne cercano di indagare il funzionamento, ne osservano le movenze, si incantano su particolari, ne imitano suoni provandone vero appagamento. E riportano questa incessante ricerca su tutto.
Hanno poi un’altra generalizzata propensione: quella per le cose apparentemente semplici e ordinarie. Se appendiamo un quadro sono incuriositi da chiodi e martello, se facciamo un dolce non c’è cosa più attraente di uno spremiagrumi o di un mattarello. Continuano a rigirarsi tra le mani oggetti e pensieri, sono una fucina aperta di dubbi e conferme, smentite e certezze.
Infine hanno un’altra caratteristica che ci distanzia da loro: creano in continuazione con la fantasia, così una gomma può divenire un sommergibile e una matita un serpente dalla lingua biforcuta. Le cose per loro non sono mai solo così come appaiono ma si trasformano in soggetti giganti o piccolissimi, sono potenzialmente intercambiabili e sostituibili.
Allenarsi prima di settembre
Sono questi gli aspetti della visione dei bambini di sei anni di cui bisogna tener conto quando si prende una prima, ed è necessario per questo cercare di retrocedere di qualche lustro, chi più chi meno, per tornare ad avvicinarsi a quei mondi lontani. Dico spesso , durante i miei corsi di didattica, che per fare bene la prima bisogna indossare degli occhiali speciali e cercare di resettare la nostra vecchia e tranquillizzante visione delle cose.
Ci sarebbe anche una forma di allenamento che potrebbe essere attuata, magari nei mesi estivi che precedono settembre. Ad esempio raccogliere una foglia e tenderla al vento per saggiarne da vicino il vibrante movimento, mettere in cerchio sul piano dei cucchiaini e vederne formare la corolla di una margherita d’acciaio, accarezzare la corteccia di un albero e sentirne i solchi come sentieri di terra battuta, conservare il guscio di una noce che può attraversare perigliose tempeste nei mari del nord o incastrarsi nel naso di un clown, insomma cominciare a stravolgere paradigmi assodati, poggiare sguardi nuovi su realtà scontate e obsolete.
In questo modo si sarà più preparati non a trasmettere la nostra conoscenza in modo univoco ed unilaterale ma a svelare assieme ai bambini il grande mistero dell’universo per mezzo di una costante scoperta.
E per tornare al brano di Simonetta Agnello Hornby, si tratta di lei che racconta le sue estati trascorse da bambina in campagna.
Con il gambo limonoso dell’acetosella
Papà, non avendo figli maschi, tentò di inculcarmi il suo amore per l’agricoltura. Mi portava in giro per i campi per farmi conoscere i lavori della campagna e le varie colture. Innamorata del mio bellissimo papà, lo seguivo obbediente e coraggiosa, dovunque. Ci fermavamo a osservare la fioritura degli olivi, il carico dei mandorli e dei pistacchi, e lui mi insegnava a riconoscere le diverse piante paragonandole l’una all’altra. Mi mostrava le foglie malate, i danni causati dalla grandine e dallo scirocco e quelli dovuti ai parassiti, e ogni tanto mi metteva alla prova chiedendomi di dirgli se un certo albero era stato danneggiato oppure no.
Io non sapevo di essere miope e davo risposte inventate. Mi distraevo. Seguivo il percorso delle formiche sul tronco del fico all’altezza dei miei occhi, con le palpebre socchiuse per metterle a fuoco meglio, anziché alzare lo sguardo e tentare di individuare i frutti acerbi sui rami alti, come lui avrebbe voluto. Osservavo i volti dei pastori, rugosi e battuti dal sole e dal vento, anziché cercare in mezzo al gregge le pecore gravide. Esclamavo “che bello!” alla vista delle messi in cui enormi papaveri viola, fiordalisi e ciuffi di gramigna verde scuro erano frammisti alle spighe dorate, anziché deplorare l’infestazione di quelle erbacce. Papà, che paziente non era, mi spiegava di nuovo, e di nuovo io davo risposte sbagliate. Poi, conscia del suo silenzio deluso, mi consolavo succhiando il gambo lungo e limonoso dell’ acetosella. Finché lui ci levò mano.
I bambini vedono altrove, buon inizio e buon anno.

- Simonetta Agnello Hornby
- Un filo d’olio
- Sellerio Editore, Palermo
- 2011
- 266 pagine




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