Gian Franco Zavalloni, maestro e dirigente scolastico, ha saputo unire tradizione pedagogica e innovazione senza penalizzare creatività e armonia. “Nessuno avrebbe potuto rappresentare meglio la nostra piccola scuola dell’infanzia di via Morro Reatino”, ci racconta Maria Concetta Messina in questo articolo.

“Andiamo a Morro?”
“La riunione è stata a Morro”
“Per andare a Morro ci vogliono dieci minuti a piedi“
Da quando è stata aperta la piccola scuola dell’infanzia dell’Istituto comprensivo in cui lavoro, circa 35 anni fa, a designarla sono state sempre e solo queste cinque lettere. Morro è la sintesi di Morro Reatino, un comune nella provincia di Rieti che dà il nome anche ad una piccola via di Roma, che a sua volta, per traslazione e sineddoche, ha prestato il nome alla scuola locale.
Una cosa piuttosto triste insomma.
Da qui l’idea di dare finalmente un vero nome alla scuola dei piccoli, che fosse però congeniale, ben studiato, pertinente, che fosse insieme fonte di orgoglio e ispirazione.
Alla ricerca di identità
Cercare un nome è stato così un riflettere sull’identità a cui si aspira, sulla pelle che si vorrebbe indossare, sulla propria vocazione; nessun altro nome poteva essere adatto allo scopo quanto quello di Gianfranco Zavalloni.
Quando lessi per la prima volta La pedagogia della lumaca, ormai una decina di anni fa, fu per me una rivelazione.
Erano passati pochi anni dalla scomparsa di Gianfranco Zavalloni e immediato fu il rimpianto di non averlo conosciuto di persona, di non aver avuto la fortuna di ascoltarlo parlare, di vederlo ridere. Mentre scorrevo la lettura di quel testo semplice e complesso, ebbi la presuntuosa ed egocentrica impressione che nessuno quanto me potesse essere in simbiosi con il suo pensiero, le sue affermazioni, il suo umorismo.
La “pedagogia della lumaca” è un concentrato di aneddoti di vita scolastica da cui si generano principi e si argomentano posizioni. É un compendio di teorie sull’insegnamento e sulla didattica permeato di arguzia, buon senso e spirito critico.
Un maestro dei nostri giorni
Gian Franco Zavalloni ha saputo integrare perfettamente nel suo lavoro, come maestro di scuola dell’infanzia prima e come dirigente scolastico dopo, la migliore tradizione pedagogica italiana e le istanze della modernità. I bambini di oggi hanno diritto ad avere spazi ed arredi ergonomici, duttili e funzionali, ma la scuola non deve enfatizzare e farsi travolgere dai vantaggi delle nuove tecnologie nella misura in cui esse sottraggono inventiva, appiattiscono le individualità e limitano la creatività.
Ritorno al piccolo come infinitamente grande
Gianfranco ci ha insegnato che nella riscoperta dell’insetto, delle venature di una foglia, della nascita di una carota, si insinua l’infinitamente grande. Si insinuano le leggi della natura che il bambino deve conoscere per amare e tutelare il mondo in cui viviamo. Per questo egli bandisce il modello competitivo e prestazionale al quale ultimamente la scuola sta volgendo e centra la sua azione didattica sulla cura, sull’attesa paziente, sul tempo da dedicare al gioco libero e alle esperienze manuali, sulla ricerca dell’armonia.
Per questo, e per molto altro ancora, è difficile concentrare il pensiero di Gianfranco in poche righe, che nessuno avrebbe potuto rappresentare meglio la nostra piccola scuola dell’Infanzia di via Morro Reatino.

Una grande festa
Non ho conosciuto Gianfranco ma conosco Stefania, la sua amata moglie, maestra anch’essa. Ed ho potuto stringerla in un abbraccio commosso durante la festa fatta per l’intitolazione della scuola di Morro a Gianfranco Zavalloni.

Per l’occasione, un’intera palestra ha ospitato non solo una folla di insegnanti, di amministratori locali, di genitori e di chiassosi bambini, ma è stata tempestata da una miriade di polimateriche lumachine a simboleggiare che d’ora in avanti, oltre che un nome di cui fregiarsi, la nostra piccola scuola dell’infanzia avrà una guida d’onore a cui ispirare il proprio operato.




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