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Rientrare a scuola

L’insegnante che lavora a stretto contatto con bambine e bambini, consapevole dell’importanza del proprio ruolo educativo, conosce bene la fatica che ogni giornata scolastica comporta. Per questo le pause sono sempre benvenute. E al rientro? Alternare le attività più impegnative a quelle meno pesanti può essere una strategia efficace per tutti. Leggiamo come in questo articolo di Maria Concetta Messina.

Ritorno a scuola

Alcuni giorni può capitare di voler fare una pausa dai bambini. Si arriva al mattino alla porta dell’aula e si vorrebbe essere in qualsiasi altro posto, meno che lì. Credo sia del tutto normale. Non c’è nessun motivo per non volerlo confessare, e magari condividerlo con il collega che proprio quel giorno arriva pimpante e pieno di buoni propositi.

La professione di insegnante, in particolare quello di scuola primaria, è erroneamente associata ad una forma di aurea missione, secondo la quale, in virtù del fatto che non si tratti proprio di una semplice professione qualunque, l’incarico è investito di un profilo sacro e delicatissimo che ha come conseguenza il fatto dover essere sempre di buon umore, efficienti, instancabili, grintosi, energici e soprattutto contenti.

In modo esclusivo

Chi invece lavora ogni giorno con bambine e bambini e lo fa consapevole del fatto che ogni momento scolastico è a loro dedicato in modo esclusivo e totalizzante, sa quanto questo prosciughi le energie. Chi preferisce camminare tra i banchi e controllare gli operati, piuttosto che stare seduti in cattedra, chi costruisce i saperi con le conversazioni e non travasa informazioni solo dai libri, chi occupa i tempi morti leggendo ad alta voce dei libri o giocando con i bambini, sa quanto questo svuoti e faccia arrivare al termine delle lezioni con la sensazione di essere stati dentro un bollitore.

Per cui è comprensibilmente umano desiderare una pausa, a volte. Non credo agli insegnanti sempre felici.

Un firmamento di stelline

Esattamente venticinque anni fa ebbi la possibilità di scegliere se prendere una prima a tempo pieno di diciotto bambini o una a tempo normale di ventitrè, in cui avrei dovuto svolgere la maggior parte delle discipline. Fui combattuta per una settimana e alla fine scelsi la classe più numerosa perché volevo affrontare la sfida e non soccombere alla paura. A preoccuparmi era soprattutto una cosa: la stanchezza. La paura di non essere in grado di reggere fisicamente le richieste e le esigenze di tutti. E non mi sbagliavo: ventitré bambini da seguire nella lettura, nell’impugnatura della matita, ventitré da mandare in bagno e mettere in fila, ventitrè da chiamare alla lavagna, da far parlare, da coinvolgere. Uscivo da scuola con un firmamento di stelline che mi attraversava la vista e un lieve senso di post sbornia senza aver bevuto un goccio.

Prima e dopo

Con gli anni e l’esperienza si comincia però a cogliere la natura delle singole attività scolastiche. I momenti in cui si lavora collettivamente (si scrive assieme, si discute, si corregge, si formulano ipotesi…) sono decisamente più faticosi rispetto a quelli in cui gli alunni operano in autonomia (leggono, scrivono, risolvono problemi, disegnano, eseguono consegne di vario tipo).

Un’ottima strategia per calibrare le energie, è quella di organizzare i momenti delle proprie lezioni secondo un ordine che va dalle proposte didattiche più impegnative a quelle che lo sono meno. Non dobbiamo inoltre dimenticare che anche per gli alunni, nel corso della giornata, le energie vanno gradualmente esautorandosi ed è necessario anche per loro rispettare i tempi di attenzione e fatica.

Ma nonostante tutti gli accorgimenti possibili, stare a scuola stanca.

Siamo appena tornati dalle vacanze di Natale, a quando le prossime?

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