La storia di un incontro fortuito, che risveglia ricordi e bellissime emozioni. Perché il legame tra insegnanti e alunni dura nel tempo, e a restare impressi nella mente di bambine e bambini non sono solo gli insegnamenti, ma anche la dedizione e la cura che abbiamo dedicato loro in un tratto di vita. Come ci racconta Maria Concetta Messina in questo articolo.

Mi piace molto andare a mangiare a Trastevere, qua a Roma. A parte l’atmosfera suggestiva, si possono gustare i tipici piatti della cucina romana, tra i quali gli immancabili “carciofi alla giudia” che sortiscono in tanti, compresa me, una sorta di dipendenza. Mi trovavo per l’appunto lì, in una bella e calda giornata di giugno, dopo una sfiancante passeggiata sui sampietrini delle splendide viuzze del centro.
Ad accogliermi un giovane cameriere molto distinto e dal tono di voce basso e pacato. Durante il pasto, ho notato che ha cominciato ad avvicinarsi sempre più spesso per chiedermi se la pietanza fosse di mio gradimento, se la scelta del primo era stata congeniale, se il vino fosse buono… e ogni volta il suo sguardo mi sembrava più compiacente, più accogliente. Sino a quando mi sono accorta di essere osservata in tralice anche quando il ragazzo sostava semplicemente nella stanza per vigilare la clientela.
Ho cominciato a chiedermi dove lo avessi già visto prima e finalmente, prima della fine del pasto, è stato lui a rompere gli indugi e ad avvicinarsi solo per chiedermi: «Lei per caso di chiama Concetta?» Alla mia risposta affermativa, lui:«Sono Nicola!»
Da un campo Rom
Quando conosco Nicola ha solo sei anni e fa parte di quella classe prima che mi fu affidata appena arrivai a Roma dalla Sardegna, esattamente ventun’anni fa. Nicola però non è come tutti gli altri, è un bambino Rom, abita in un campo e arriva a scuola con un pulmino. Fa tantissime assenze, i genitori non vengono mai agli incontri programmati e per questo gli apprendimenti con lui vanno molto a rilento. Per insegnargli a leggere e a scrivere ricordo di aver utilizzato le mie due ore settimanali di compresenza, dedicate interamente a lui. Nicola arriva in quinta con noi, anche se il suo percorso scolastico è stato veramente accidentato e lui è pieno di lacune.
Ma come succede ogni volta quando termina una quinta, i bambini si lasciano andare e nel prendere una nuova classe si viene completamente assorbiti dai nuovi alunni e dalle loro esigenze.
Quando si ripensa a quelli “andati” li si vede ancora chini sui banchi con le faccette e i musini di allora, come se fossero ancora fermi, in un angolo remoto del pianeta. E invece loro vanno…
Una storia di riscatto
Al sentire il suo nome mi si accende una lampadina e mi alzo di scatto per stringerlo in un lungo e commosso abbraccio. Ho le lacrime, non riesco a pensare che quel mio bimbo sempre indietro sia diventato ora questo bel cameriere elegante e gentile.
Nicola mi racconta di essere stato in Germania, di aver lavorato là e di avere fatto esperienza e imparato la lingua. Una storia di riscatto insomma, un piccolo miracolo. Mi dice che per tutto il pranzo voleva chiedermi se fossi davvero quella sua maestra di cui non si era mai dimenticato (ha aggiunto anche un altro complimento che per un bagno di umiltà non riporto).
Momenti preziosi
Quando si è maestri, per i nostri alunni si è maestri per sempre. Come loro per noi, anche noi rimarremo inchiodati dentro le pareti dell’aula dove abbiamo impartito insegnamenti e veicolato soprattutto un modo di stare al mondo. Se abbiamo avuto interesse per i nostri alunni e abbiamo tenuto molto al fatto che essi imparassero, questo non si dimentica e rimane per sempre fissato nella loro memoria. Rimane fissata la totale dedizione a loro, più di ciò che abbiamo loro insegnato. È questo il bello della scuola. Il pezzo di strada che si fa assieme è per gli alunni, dopo quello vissuto a casa, il tempo più prezioso.
Nicola me lo ha ricordato e mi ha confermato che il legame tra maestra e alunno difficilmente si spezza, dove c’è stato soprattutto un ingrediente: la cura.




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