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La babele da evitare

Il rispetto dei turni di parola è una delle regole più importanti da concordare in classe prima. L’articolo di Maria Concetta Messina

turno di parola

I bambini di sei anni parlano liberamente in ogni momento, raccontano senza filtri ciò che capita loro e il più delle volte “si parlano addosso”.

Se non vogliamo soccombere sotto il peso di una continua babele, è una questione di sopravvivenza stabilire il prima possibile che per parlare è necessario alzare la mano e, cosa altrettanto necessaria, aspettare che l’insegnante dia la parola.

Una pratica faticosa

Questa pratica è molto faticosa non solo per i bambini, che spinti dall’urgenza comunicativa dimenticano di chiedere la parola, ma soprattutto per gli insegnanti che, spesso senza rendersene conto, accettano che gli alunni intervengano anche senza avere prima chiesto di parlare, anteponendo in termini di importanza l’esattezza e la rapidità delle loro risposte al rispetto dei turni della conversazione.

Durante i momenti di interazione, l’insegnante dovrebbe invece prestare la stessa attenzione sia ai contenuti della conversazione che alle sue modalità, e lo dovrebbe fare senza mollare mai la presa, perché ai bambini basta un minimo cedimento della loro guida per tornare al fascino irresistibile della babele.

Ma il lavoro più arduo è forse un altro.

Lo scrittore Gide scrive “La gente aspetta solo il suo turno per parlare ma non ascolta”. È questo il vero nocciolo della questione: il rischio che si corre è quello di insegnare ai bambini a rispettare i turni di parola senza trasmettere loro quanto sia importante ascoltare gli altri.

E tante, troppe volte, i bambini non ascoltano. Si perdono nei loro pensieri, si distraggono, divagano, ritornano a tratti, captano episodicamente.

L’arte di ascoltare: Goethe vs Gide

Se l’aforisma di Gide apre gli occhi su un’amara realtà estendibile anche all’ambito scolastico, Goethe ci viene incontro con maggiore ottimismo “Parlare è un bisogno, ascoltare un’arte.” Come tutte le arti perciò, in parte, può essere insegnata.

Anche in questo caso, molto dipende dal nostro modo di fare. Il primo accorgimento è senz’altro quello di dare l’esempio mostrando ai bambini che quello che dicono è sempre degno di seria attenzione e di altrettanto seria risposta da parte nostra.

Per promuovere il loro ascolto invece, soprattutto in classe prima, è opportuno non fare lunghi discorsi, evitare di parlare troppo e, piuttosto, richiamare i bambini ed interloquire con loro. Un altro espediente che ho sempre trovato molto utile per allenare all’ascolto è quello di chiedere ad un alunno nel bel mezzo delle conversazioni cosa abbia appena finito di dire la compagna o l’insegnante. Questa pratica, se adottata con insistenza, non solo allerta i bambini e li abitua pian piano ad aumentare il loro livello di ascolto, ma ne sviluppa anche la capacità di rielaborazione e di esposizione orale.

Se poi facciamo seguire le nostre lodi quando gli alunni dimostrano di aver ascoltato, il successo è quasi certamente assicurato. “Brava! Come hai ascoltato bene! Sei una campionessa di ascolto!”

Ascoltando si impara

“Amo ascoltare. Ho imparato un gran numero di cose ascoltando attentamente”(Ernest Hemingway)

Gli studiosi che si occupano oggi delle teorie dell’apprendimento, sono concordi nell’affermare che la classe è il luogo ideale in cui si impara, proprio per quella sua caratteristica di socialità da cui scaturiscono continui discorsi, che attingono ai contributi di tutti. Insieme a scuola si commenta, si rettifica, si integra, si rielabora, si verbalizza, si discute, si negozia, si conclude. Tutto ciò porta alla costruzione collettiva dei saperi e delle conoscenze e non sarebbe possibile senza un’adeguata educazione all’ascolto.



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