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Con una busta nel parco

Una festa all’aperto, grazie alle cornacchie, può diventare un’occasione per insegnare ai bambini il rispetto dell’ambiente, anche semplicemente portandosi una busta al parco.

Con una busta nel parco

La scuola primaria in cui lavoro costituisce un assolo nel grande panorama degli istituti di Roma perché, pur trovandosi nel bel mezzo di un quartiere molto popoloso, è circondata da un esteso parco ricco di alberi dalle numerose specie a maggioranza caducifoglie, che accompagnano il ritmo delle stagioni con il loro ciclo vitale.

Qui gli alunni trascorrono quotidianamente il tempo dello svago e delle ricreazioni. Qui corrono e si acchiappano, gareggiano, intensificano le amicizie, conoscono i bambini delle altre classi, creano in autonomia le regole dei giochi.

Il parco per noi è un’appendice dell’aula, ne estende i confini e costituisce il quid della nostra scuola, ciò di cui andiamo più fieri, la nostra identità. 

Eppure le cornacchie insistono e se ne infischiano del quadretto bucolico appena descritto ricordandoci la legge cinese dello Yin e Yang, in cui la perfezione è data solo dalla complementarietà degli opposti.

Oltre ai nostri bambini, sono infatti le cornacchie a godere della nostra oasi verde, soprattutto all’alba, quando vi approdano puntualmente per cibarsi dei resti delle merende che punteggiano il suolo e che riempiono i cassonetti perimetrali.

Dopo il pasto indisturbato, le cornacchie lasciano sporcizia sparsa ovunque.

A niente è valsa la recente sostituzione dei cassonetti con secchi muniti di coperchio: i simpatici pennuti sono abili scassinatori e alle tante funzioni del loro becco hanno aggiunto anche quella di “apriscatole”.

La festa dei parchi

Lo scorso anno scolastico, durante l’ultimo periodo, una brava maestra molto attenta e preparata mi ha comunicato di voler organizzare un programma di attività da svolgere il 24 maggio, in occasione della Festa europea dei parchi, era sua intenzione coinvolgere  tutte le classi. Qualche giorno dopo in una mail mi sono arrivati i dettagli della mattinata.

Tutte le classi avrebbero fatto lo spuntino all’aperto e raccolto in un sacchetto gli involucri delle merende anziché gettarli nei bidoni della spazzatura “al  fine di evitare – specificava la missiva – che i rifiuti trasportati dal vento e dagli uccelli sporchino nuovamente il parco”.

Quindi gli alunni, muniti di guanti, avrebbero pulito il parco e riflettuto assieme agli insegnanti sui comportamenti corretti da adottare.

Nei giorni successivi ogni classe avrebbe avuto il compito di creare parte di una segnaletica sia con i simboli della CAA (la Comunicazione Aumentativa Alternativa, molto usata per alcuni alunni con particolari difficoltà), sia in tutte le lingue degli alunni presenti nella scuola che sarebbe stata sistemata successivamente nel parco. 

Alle classi superiori, infine, sarebbe stato consigliato un percorso di ricerca sulle diverse tipologie di parchi esistenti, sulla posizione geografica dei parchi nazionali e sulla storia dello specifico parco Volusia, adiacente alla scuola.

La mail si concludeva con un cortese “mi indichi se ci sono aspetti da migliorare”.

Una cornacchia in testa

Ovviamente il programma non aveva alcunché di eccepibile e ne ero entusiasta anche io, ma una cornacchia nella testa ha continuato a becchettare finché non sono riuscita a chiarirmi le idee.

Sono sempre stata un po’ refrattaria alle giornate commemorative a scuola, e il motivo è che le trovo in antitesi con la natura stessa dell’insegnamento che è essenzialmente frutto di sistematicità, ripetizione, circolarità, ritorni. Le giornate commemorative, al contrario, sono episodiche, circoscritte, limitate. Sono come un post-it sul calendario che ricorda un compleanno: cumprita la festa gabbatu lu Santu (in gallurese).

Credo inoltre che a scuola qualsiasi tema non possa sgorgare dal nulla ma debba  essere “preparato” per tempo, nel tempo e attraverso il tempo. A volte, come in questo caso, anche e soprattutto per mezzo di fatti e atteggiamenti coerenti e reiterati.

Quando lavoravo con i bambini ricordo che impedivo di buttare nel cestino le merendine lasciate a metà: le facevo avvolgere in un tovagliolo di carta e riportare a casa dicendo «Conservala per quando avrai di nuovo fame».

Con una busta in mano

E, tornando al nostro amato parco, ho avuto un’idea: per evitare che i cassonetti vengano assaltati dalle cornacchie, togliamoli direttamente!

Facciamo in modo che nel parco non si possa mai gettare nulla, non solo il 24 maggio. Durante le uscite, un alunno o un’alunna a turno avrà il compito di munirsi di un sacchetto vuoto in cui raccogliere gli eventuali incarti delle merende e lo riporterà in aula.

Niente di più istruttivo, niente di più sistematico, niente di più fattuale. Certo bisogna ricordarsi, certo è meno comodo, certo è più faticoso. Ma il senso della scuola è proprio questo, insegnare ai bambini ad avere una coscienza civica e ambientale attraverso i gesti del quotidiano.

Come esprime meglio una bellissima poesia del siciliano Angelo Maria Ripellino:

Vivere è schivare le gonfie parole

Scegliere le umili melodie senza strepiti e spari.

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