Maja è una bambina tunisina che frequenta la terza. Ha celebrato il Ramadan e, rientrata a scuola, lo racconta ai compagni, suscitando in loro curiosità e interesse. Ne è nata una “lezione speciale” che ha stimolato il lavoro in classe sull’esposizione orale, sulla capacità di sintesi e sulla diversità culturale.

Un giorno Maja non è venuta a scuola e l’indomani la sua maestra le ha chiesto il perché della sua assenza.
Maja è tunisina. È arrivata in Italia a marzo dello scorso anno, con la mamma e due fratelli, affrontando una traversata di fortuna nel Mediterraneo. Ora frequenta la terza, ha imparato l’italiano e ha fatto amicizia con tutti grazie al suo carattere allegro e bontempone.
Il suo italiano è ancora imperfetto, ma non le impedisce di cogliere ormai la gran parte delle cose che si dicono in classe e di partecipare in modo attivo ai discorsi di gruppo.
Così, di fronte alla domanda della maestra, ha risposto che il giorno prima ha festeggiato la fine del Ramadan.
Fine del Ramadan e merenda tunisina
Chi insegna italiano deve lavorare sull’esposizione orale, sulla capacità di rielaborare le proprie esperienze e quelle altrui, deve attivare la sintesi, promuovere la gerarchizzazione degli argomenti, deve accompagnare lo sviluppo del pensiero e il parallelo arricchimento linguistico e sintattico. Tante cose, che però possono attingere a qualsiasi occasione si sappia cogliere.
Maja è stata sottoposta così ad un fuoco di fila di domande da parte dei compagni e dalla maestra. E più il discorso si approfondiva, più le domande aumentavano. In breve tempo Maja ha raccontato di essersi recata in un luogo di nome moschea, mostrata subito a tutti alla LIM, dove le donne hanno un’entrata separata da quella degli uomini, dove si cammina scalzi e si prega su un grande tappeto.
La mamma per l’occasione le ha comprato una nuova maglietta, le ha legato a festa i capelli e l’ha ornata di monili. Durante la giornata i presenti hanno portato dolciumi fatti di pasta di mandorle, marmellata e pistacchi. Tutte queste informazioni sono arrivate alla classe in forma caotica, randomizzata, come avviene tutte le volte che l’urgenza della comunicazione è spinta da interrogativi che nascono sul momento.

Per questo, una volta terminata la conversazione, è stato possibile riprendere assieme gli argomenti del racconto di Maja ed enuclearli in questo modo alla lavagna: festa, tempio, vestiti, cibi, bandiera. Si è concordato, poi, quale potesse essere un ordine da dare agli argomenti e si è composto un testo collettivo di tipo espositivo conclusosi con la parola Ramadan scritta in arabo da Maja, che gli altri hanno cercato di riprodurre sui loro quaderni.
Maja era così felice ed orgogliosa dell’interesse suscitato, che l’indomani la merenda della classe è stata offerta dalla sua mamma che in una piccola valigetta ha confezionato due pasticcini tunisini a testa per ogni bambino.

Tante bandiere per andare ben oltre
Dal punto di vista strettamente didattico, quest’attività ha “toccato” tutti gli obiettivi a cui si è sopra accennato, anche se la lezione non era stata affatto programmata.
In realtà, questa volta, ciò che i bambini hanno imparato è andato ben oltre.
La festa di Maja ha infatti offerto lo spunto per parlare dei luoghi di provenienza dei genitori dei bambini.
Durante la successiva lezione ciascuno è stato intervistato circa il nome del Paese dei rispettivi papà e mamma. Si è scoperto che solo sette alunni hanno entrambi i genitori italiani, se includiamo i sardi e i calabresi che i bambini hanno collocato nominalmente fuori dall’Italia! (I genitori hanno potuto visionare il video sulle loro risposte spontanee attraverso un QR code donato ai bambini).
Alla LIM sono state mostrate le bandiere di tutti gli Stati della classe, che sono state quindi disegnate sui quaderni con riferimento ai nomi dei bambini. In classe sono presenti questi paesi: Capo Verde, Brasile, Sri Lanka, Repubblica Dominicana, Angola, Ucraina, Polonia, Tunisia, Russia, Italia.
Conclusioni
Si parla tanto di integrazione e di intercultura ma in realtà metropolitane come, per esempio, Roma, i nostri alunni non percepiscono proprio il problema, perché sin dalla nascita hanno respirato contesti sociali e culturali fatti di diversità. A noi adulti educatori ora non resta che, ogni tanto, quando il caso lo consente, fermarci su questa diversità per conoscerla meglio, approfondirne gli aspetti con curiosità mettendone in risalto quanto arricchimento ne venga.
Tutte le discipline che a scuola si insegnano hanno obiettivi e finalità specifiche, ma è compito di tutti promuovere lo spirito di conoscenza rispetto agli usi e ai costumi differenti dai propri, e portare avanti i valori della fratellanza.




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