La pratica scolastica di coordinare il programma tra classi parallele, per mantenere un avanzamento uniforme ed evitare disparità tra classi, si rivela spesso troppo rigida. Il rischio, infatti, è quello di privilegiare la pianificazione collettiva a scapito della flessibilità educativa. In questo articolo le riflessioni di Maria Concetta Messina.

Da qualche anno a questa parte nelle scuole si è diffusa una forma di imposta collaborazione tra le classi. Viene chiesto agli insegnanti di dedicare parte delle ore della programmazione settimanale a incontri tra classi parallele in cui ci si confronta sul programma da svolgere nel futuro più immediato. La scelta di effettuare questi incontri è data dall’esigenza (di chi?) di far procedere ed avanzare più o meno allo stesso modo le classi di un istituto, evitando che ci siano eccessive differenziazioni e divergenze.
Australopiteco per quattro
Così, ad un certo punto dell’anno tutte e quattro le seconde di un plesso affronteranno l’esperienza della “contemporaneità” in Storia e tutte e quattro le terze dovranno essere in prossimità dell’Australopiteco.
Non importa se la mamma di Giannino, a dicembre, è all’ospedale per partorire il fratellino, e quale migliore occasione potrebbe mai presentarsi in classe per parlare di qualcosa di importante che succede “nello stesso momento” in cui noi prepariamo gli addobbi natalizi. La contemporaneità è prevista a febbraio e non si può svicolare.
Senza eccedere nelle iperboli, è in realtà proprio questo a succedere nelle scuole: si scambia per collaborazione una forma di accordo collettivo sul calendario delle attività, quando la maggior parte delle volte si tratta appunto di tutt’altro.
I quaderni della maestra
Durante il mio secondo anno di insegnamento, ormai più di trent’anni fa, mi affidarono l’ambito antropologico in due prime. In una seconda lavorava una maestra giovane il cui operato mi piaceva molto la quale mi prestò i quaderni che i suoi alunni avevano utilizzato l’anno precedente, così io ripercorsi le sue tappe senza indugio e con molta inesperienza.
Gli anni dopo compresi che mi piaceva fare la geografia esplorando lo spazio della scuola, i luoghi del paese, la foce del fiume raggiungibile a piedi, il sole al mattino e al pomeriggio, e la storia, per quanto possibile, anch’essa partendo dallo studio del passato più vicino ai bambini.
Costruii un plastico del centro del paese in cui si trovava la scuola e i bambini vi riproducevano il loro percorsi quotidiani di andata e ritorno, posizionando esattamente sul plastico il percorso del sole e orientando quindi in seguito le cartine geografiche sul pavimento. Così acquisii un mio metodo, miei tempi e miei ritmi personali, abbandonando i quaderni della mia brava collega.
Una vera collaborazione
Quando, in seguito, cominciai a insegnare italiano, trovai ancora una collega molto brava alla quale però tendevo a chiedere conferma del mio operato piuttosto che confrontarmi anche sul suo. Fu solo dopo molti anni, qua a Roma, che sperimentai concretamente la parola collaborazione.
Mi affidarono per la prima volta l’ambito matematico in una prima oltre che quello linguistico e per tutta l’estate ricordo che studiai sulla spiaggia in preda all’ansia. A settembre, però, scoprii che anche a Piera, un’altra collega abituata a fare solo italiano, venne affidata la matematica in prima e cominciammo ad avere inizialmente dei brevi scambi.
Col tempo divenne nostra pratica confrontarci continuamente sul da farsi e sul come, soprattutto, presentare i concetti ai bambini. Ci iscrivemmo assieme ad un corso di aggiornamento mensile e anche quello tra noi fu oggetto di continui scambi e chiacchierate. Le nostre due classi erano diverse e nessuna delle due inseguiva l’altra, ma la conferma reciproca e il reciproco sbirciare nella classe altrui ci serviva per avere dei riscontri e supportarci. Le nostre strade si separarono, ahimè, alla fine della quarta, quando io vinsi il concorso da dirigente scolastica. Ma ciò che fondamentalmente aveva fatto funzionare una collaborazione tanto proficua era un’affinità di vedute.
L’irripetibilità del tutto
È questo che credo.
Non è possibile forzare o imporre un confronto, questo nasce quando sorge naturale una simbiosi di prospettive che porta ad un proficuo scambio di opinioni, di idee, di attività che possono essere anche riproposte e duplicate seppur mai pedissequamente.
I gruppi classe infatti sono sempre diversi e l’interazione interna, le dinamiche di costruzione delle conoscenze, fanno muovere le lezioni in modo sempre univoco e mai ripetibile.




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