Tra ciò che i bambini sanno dire e ciò che gli adulti desiderano ascoltare, esiste spesso una distanza, sottile ma significativa. E la scuola, luogo privilegiato di educazione, non è immune da questa dinamica. Spesso nelle aule scolastiche le parole importanti abbondano: inclusione, accoglienza, uguaglianza. Ma quanto di ciò che diciamo appartiene davvero al mondo dei bambini?

In una classe seconda, qualche tempo, fa una supplente molto entusiasta ed impegnata mi è venuta incontro con un quaderno aperto mostrandomi orgogliosamente il lavoro fatto con i suoi alunni. Si trattava di una pagina in cui facevano bella mostra, alla rinfusa e a mo’ di slogan, parole quali “inclusione”, “diversità”, “accoglienza”, “amore”, “uguaglianza”.
La maestra mi ha spiegato che il tutto sarebbe partito dalla domanda «Secondo voi che cosa è la pace?» e i bambini, a turno, sarebbero stati invitati a proferire una risposta. Quelle scritte, erano quindi le risposte dei bambini.
Ho fatto tante considerazioni, ma la prima, la più semplice, è che i bambini, se sollecitati a parlare a turno di un tema, spesso originano un effetto a catena tipo “domino”, ossia ricalcano con poche varianti ciò che hanno sentito dire come ultima cosa dai compagni, soprattutto se il loro interlocutore approva e asserisce benevolmente. In questo specifico caso i bambini sono stati proprio bravi, ho pensato subito, perché hanno saputo scovare, da chissà quale vocabolario adulto, le parole più “politicamente corrette”, quelle che tanto sono piaciute e che hanno reso compiacente la loro insegnante.
La retorica che persiste
Altre innumerevoli volte mi sono imbattuta in lavori analoghi nei quaderni dei bambini e sempre, pur salvandone l’intento, mi sono trovata a guardare a queste attività con un senso di lieve imbarazzo per l’alone di retorica dal quale l’infanzia non riesce ancora ad affrancarsi, nonostante le valanghe di testi di sacra pedagogia, neanche, ahimè, dentro le aule scolastiche.
Ed ecco lo spinoso nocciolo della questione: ma davvero si crede che attraverso frasi fatte e parole altisonanti e inflazionate nel gergo scolastico degli adulti i bambini diventino accoglienti, inclusivi, amorevoli e tolleranti?
Detto in altre parole, davvero ci si illude che per educare alla pace si debba usare la parola pace?
Se non siamo così convinti della risposta, basterebbe ripetersi in classe il costante mantra che le cose che si fanno debbono essere alla portata dei bambini e che le cose che si dicono devono essere alla portata della lingua dei bambini. Una lingua, la loro, che si sostanzia, come bene ci ha insegnato il Maestro Piaget, di concetti ancora per lo più concreti, di fatti, di esperienze, di particolarità più che di generalità.
Educare con le azioni
Non resta quindi che perseguire l’obiettivo con altri strumenti e su fronti differenti rispetto alla parola, sia essa scritta che orale. Non resta che provare ad educare i bambini con le azioni e gli esempi mutuati dalla vita collettiva quotidiana. Si educa al rispetto attraverso l’attenzione che ai bambini si deve, in ogni minima azione che connota il vissuto scolastico: dal saluto che gli si fa al mattino alla considerazione dei loro tempi e ritmi, dal riguardo verso il materiale scolastico alla scrupolosità nell’accertarsi che tutti ci seguano mentre spieghiamo.
Si educa al superamento degli stereotipi di genere attraverso un senso ferreo di uguaglianza che a scuola si respira tra maschietti e femminucce. Si educa alla salvaguardia ambientale attraverso un capillare contrasto allo spreco e un atteggiamento di cura degli oggetti che in classe e a scuola ci circondano.
E l’ingrediente per ogni tipo di grande educazione come queste è la costanza, il quotidiano, il non abbassare mai la guardia, non l’episodicità.
Durante una lezione di un mio corso di formazione, una corsista è intervenuta: «Concetta devo chiederti una cosa, domani è il 23 gennaio, cosa ne pensi se…»
L’ho subito fermata: «A scuola è sempre il 23 gennaio».




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