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Cominciamo dalla parola

I bambini hanno quasi sempre un’idea, seppur embrionale, dei fenomeni del mondo. Noi insegnanti possiamo creare in classe molte occasioni per stimolarli a ragionare ad alta voce, usando bene la parola. Un esempio? Partendo da una domanda anziché da un’affermazione. Un buon inizio d’anno a tutte e a tutti con questo articolo di Maria Concetta Messina.

Tengo in serbo da un po’ l’idea di scrivere un articolo sul parlare a scuola, l’inizio dell’anno mi sembra un buon momento per dare spazio a questo argomento che mi auguro possa contribuire a farci arrivare ben equipaggiati all’imminente incontro con i nostri alunni.

Le occasioni del parlare

Non dico sempre, ma quasi, in classe i bambini vengono invitati a parlare in due occasioni ben precise. La prima si ha quando devono rispondere alle domande degli insegnanti circa gli argomenti trattati, si fa per riprendere e ripassare il già fatto e per verificare se gli alunni hanno capito e imparato. Un’altra occasione è quella fornita dagli episodici conflitti tra bambini: si cerca di farsi confessare come abbia avuto origine il litigio, e quando, e come, e allora i nostri alunni sono capaci di sostenere sino allo sfinimento le loro mai collimanti versioni farcite di enfasi, e a noi sovviene puntuale un “chi me lo ha fatto fare?” prima di decretare la fine e chiudere in modo tranchant, senza esserne ovviamente venuti a capo, la discussione.

Ragionare ad alta voce

Mi piace invece immaginare la classe scolastica come una fucina in cui l’attrezzo principe di cui ci si serve per affrontare ogni apprendimento è proprio la parola, ma non quella della maestra o del maestro, quella dei bambini. Essi infatti hanno quasi sempre un’idea, seppur a livello embrionale, circa i fenomeni del mondo, perché sono sostenuti sin dalla nascita da una curiosità innata verso tutto ciò che vedono, fanno o vivono per la prima volta. Mia figlia, a tre anni, durante un breve tragitto con una sua amichetta, le disse che la pioggia serviva a “pulire le cacche dei cani dai marciapiedi”. I bambini si pongono quindi naturalmente delle domande, riflettono , fanno ipotesi ed edificano tesi. Sarebbe bello, prima di introdurre un nuovo argomento, sondare le concettualizzazioni dei bambini, le loro risposte, i loro ragionamenti. Sta a noi, fare in modo che in classe si ragioni ad alta voce.

Meno affermazioni più domande

Non è difficile, è necessaria un po’ di abitudine, ma partire da una domanda anziché da una affermazione, scatena in classe sicuramente un mare di risposte.

«Perché piove?» «Come faccio a distribuire 20 caramelle a 16 bambini?» «Come avranno costruito le piramidi gli Egizi?» «Perché di notte fa buio?»

D’altronde gli ormai lontani Programmi scolastici del 1985, suggerivano già, con grande acume pedagogico, che l’approccio giusto alle varie discipline dovesse essere la problematizzazione. Attraverso domande stimolo, l’insegnante pone interrogativi, pungola, ribatte, rimette in circolo nuove domande, ma sono i bambini a parlare, a cercare di dipanare gli intrichi e a scovare le insidie, a trarre conclusioni pertinenti, in una parola a costruire collegialmente i saperi.

Lo scorso anno i bambini di una terza della nostra scuola, hanno trovato un nido in cortile e nell’osservarlo si sono accorti che tra i fili e i rametti vi era incastonato anche un piccolo pezzo di nastro adesivo. Sono stati loro a dire, dopo aver capito come gli uccelli intrecciano i loro nidi, che nelle vicinanze di una scuola era del tutto plausibile che gli abili costruttori trovassero resti di materiali da cartoleria.

L’abitudine a pensare

Man mano che gli alunni crescono, è bene che i discorsi della classe comincino ad essere approfonditi da pareri personali, da commenti, da prese di posizione, da gusti e giudizi valutativi.

«Ti è piaciuto quel film? Perché? Perché no?» «Ti piace andare dai nonni a Bergamo? Perché?» «C’è qualcosa che non vi piace delle vacanze?» «Secondo voi i compiti erano troppi?» «Preferisci Natale o Capodanno?» «Qual è il regalo che ti è piaciuto di più (o di meno) Perché?»

Anche in questo caso, discutere assieme aiuta a confrontarsi con punti di vista differenti e stimola e affina negli alunni l’abilità di motivare e sostenere le proprie opinioni in modo chiaro e convincente.

L’ascolto dei compagni

Affinché questa modalità della “parola al centro” possa essere attuata in modo efficace, è indispensabile però un’unica condizione: che gli alunni si ascoltino tra loro. Durante le conversazioni l’insegnante deve indossare la maglietta da arbitro, impedire che le voci si sovrappongano, stabilire l’ordine degli interventi e, quest’ultimo suggerimento è molto utile per educare all’ascolto, chiedere a qualcuno all’improvviso (ma sistematicamente) cosa abbia detto in precedenza una tale compagna o un tale compagno.

Saper dire

Infine non dimentichiamo un altro aspetto del problema. La parola è il veicolo dei pensieri e dei ragionamenti: tanto più disponiamo di un bagaglio di parole specifiche e variegate che designano qualità, azioni, cose, tanto più precisa, chiara e comunicativa, risulterà l’espressione del nostro pensare. Per saper dire bene è opportuno che a scuola piano piano si utilizzi anche la lingua in senso figurato, ironico e polisemico (non costruiamo “muri” ma ponti) e, non da ultimo, che i discorsi siano tenuti in piedi da una rete di connettivi.

Il lavoro di maestri e maestre deve pertanto procedere costante anche sul piano formale con l’obiettivo di forgiare un buon parlante; uso qua volutamente il plurale perché promuovere la capacità esprimersi in modo appropriato non è solo una prerogativa di chi insegna italiano ma dovrebbe trovare posto nell’agenda di ogni educatore. Parliamone!

Buon anno scolastico a tutte e a tutti.

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